Ad un certo punto decidemmo di riprendere i fili di un discorso incompiuto, che eravamo io e te, e non me lo aspettavo, e i giorni si sono susseguiti da allora lentissimi e poi all’improvviso eccoci e sembrano passati due minuti, a cambiare le lenzuola, guardarsi negli occhi prima dell’inizio del film, decidere che fa troppo freddo per uscire.
E poi è arrivato marzo con un nuovo inizio, un progetto, e aprile e i suoi lutti incolmabili, e sentirsi a casa, e cambiare casa, e i nostri primi compleanni insieme, io che mi procuro lividi perché inciampo per l’emozione, e l’unica cosa che voglio è aprire gli occhi e ritrovarti lì.
E ad agosto svegliarsi tra i singhiozzi dopo un sogno che non ti posso raccontare, tu che guidi, lo sai che io trovo sexy gli uomini che guidano?, dormire in spiaggia svenuti dal sole, i dolci alla ricotta, duemila chilometri, tornare al lavoro, la crema per le mani, il freddo in motorino, la cena a sorpresa del mio compleanno, tutte le volte che siamo andati al cinema, anche quella volta che pioveva fortissimo e il giorno dopo avevo il raffreddore, litigare quasi perché tu quando cucini mi fai soffrire, le lucine di Natale attorno alla cartina del mondo, tu che mi racconti di tuo padre, le nostre – poche – foto insieme, un gatto bellissimo che non c’è più, trovare un equilibrio, le parole dolci di una persona che non ne diceva più da anni, la fragilità di mia madre, un’amica che sta per sposarsi, la neve a Roma, tre giorni a Bologna, quattro in una Milano di pioggia incessante e un concerto bellissimo, la tua barba che non mi stanco mai di toccare, i regali di Natale, amica che sta per partire, non riuscire a trovare un posto, ancora, un posto da chiamare mio.
La fine di un decennio, la fine di un 2, la fine non esiste.