Laterall

hoplalalaa.: come quello di chi vede forme di animali nelle nuvole. 

hoplalalaa:

Lei portava una maglia nuova, comprata la settimana prima. L’aveva messa per lui, faceva ancora di queste cose. Nonostante la bambina, nonostante fossero sposati da otto anni. E lui se ne accorgeva. Lo sorprendeva a guardarla, mentre lavava i piatti, mentre cucinava o prendeva in braccio la…

sì.

la mia costante, più o meno.

(Source: milkpopp)

oggi.

oggi.

“Come le piacerebbe che fosse, il suo viaggio? Di cosa dovrebbe sapere, per essere perfetto?”
“Dovrebbe avere il profumo di un orto aromatico: l’odore di quando passi le dita in un’aiuola di menta e salvia, lavanda e rosmarino, con un’idea di timo, una parvenza di melissa. E sapore di zenzero fresco e agrumi: pompelmo e mandarino”
“E il colore? Di che colore lo vuole, il viaggio?”
“Vorrei un viaggio di verde e di blu, ma verdi e blu mischiati, che non si capisca dove inizia il blu e finisce il verde”
“E i suoni? E il vento?”
“Musica di giorno e silenzio di sera, e rumore del mare, sempre. Mi han detto che è bellissimo, il rumore del mare. E notti tiepide e mattine fresche, da aver la voglia di coprire le spalle con uno scialle o con un abbraccio” “Giovanni le allunga una scatolina turchese che ha tirato fuori da un cassetto. “È
da aprire quando comincia il suo viaggio” dice. “È indispensabile per il suo coraggio che, lo vede anche Lei, è incastrato proprio lì dietro agli occhi, nel punto esatto dove partono le lacrime”

non è un post, ma è perfetto.

historiful:

Screen test shots of actress Audrey Hepburn (1929-1993), for Blake Edwards’ film, “Breakfast at Tiffany’s,” 1961. 

Lo riaccompagnò all’Hotel Le Vergeur, e parlarono ancora un poco, e c’era già qualche parola storpiata del francese di Barnaba che era diventata una parola loro, e Barnaba prima di congedarsi sulla porta dell’albergo domandò, ma come fosse una questione ormai poco importante: «Non c’era in quel quadro il bambino con l’aquilone, vero?», e Anne rispose con un sorriso triste: «Avrei preferito che non me lo chiedesse. Comunque c’era. E se anche non ci fosse stato, in qualche modo non le avrei mentito». Poi lo salutò, e il modo era certamente pieno di tenerezza trattenuta dal pudore, e certamente definitivo. Barnaba, che non era in grado di vederla allontanarsi, pensò prima che la risposta non fosse giusta, poi che la sua domanda era sbagliata, poi ancora che non ci sarebbe stata mai più occasione per fargliene un’altra.

Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims. Einaudi

Ad un certo punto decidemmo di riprendere i fili di un discorso incompiuto, che eravamo io e te, e non me lo aspettavo, e i giorni si sono susseguiti da allora lentissimi e poi all’improvviso eccoci e sembrano passati due minuti, a cambiare le lenzuola, guardarsi negli occhi prima dell’inizio del film, decidere che fa troppo freddo per uscire.
E poi è arrivato marzo con un nuovo inizio, un progetto, e aprile e i suoi lutti incolmabili, e sentirsi a casa, e cambiare casa, e i nostri primi compleanni insieme, io che mi procuro lividi perché inciampo per l’emozione, e l’unica cosa che voglio è aprire gli occhi e ritrovarti lì.
E ad agosto svegliarsi tra i singhiozzi dopo un sogno che non ti posso raccontare, tu che guidi, lo sai che io trovo sexy gli uomini che guidano?, dormire in spiaggia svenuti dal sole, i dolci alla ricotta, duemila chilometri, tornare al lavoro, la crema per le mani, il freddo in motorino, la cena a sorpresa del mio compleanno, tutte le volte che siamo andati al cinema, anche quella volta che pioveva fortissimo e il giorno dopo avevo il raffreddore, litigare quasi perché tu quando cucini mi fai soffrire, le lucine di Natale attorno alla cartina del mondo, tu che mi racconti di tuo padre, le nostre – poche – foto insieme, un gatto bellissimo che non c’è più, trovare un equilibrio, le parole dolci di una persona che non ne diceva più da anni, la fragilità di mia madre, un’amica che sta per sposarsi, la neve a Roma, tre giorni a Bologna, quattro in una Milano di pioggia incessante e un concerto bellissimo, la tua barba che non mi stanco mai di toccare, i regali di Natale, amica che sta per partire, non riuscire a trovare un posto, ancora, un posto da chiamare mio.
La fine di un decennio, la fine di un 2, la fine non esiste.

robba: Napoli è una città violenta non solo e non tanto nell’azione ma... 

intweetion:

robba:

Napoli è una città violenta non solo e non tanto nell’azione ma soprattutto nel pensiero dei suoi abitanti. Città cattive ce ne sono tante ma solo i napoletani sono capaci con una sola parola pronunciata nemmeno per intero di vandalizzare un panorama o un’opera d’arte e figuriamoci gli altri esseri umani. Natale che poi è il trionfo delle parole a mezza bocca che offendono e a volte distruggono i delicati rapporti familiari, che è la festa della famiglia e insieme il martirio, a Napoli assume la forma di un viaggio forzato lungo l’itinerario delle proprie debolezze e del rimosso che qui è solo uno dei tanti rifiuti mai smaltiti. Ma sono tutte cose che hanno già detto in tanti e come me tutti i napoletani le sanno. 


[cosa aggiungere?]

nulla. la verità basta sempre a sé stessa.

La creazione dell'universo, con i biscotti. 

duepuntiasterisco:

(via eroispaziali)

(meraviglia*)

ma è bellissimo.

fuckyeahlost:

PENNY: Hello?
DESMOND: Penny?
PENNY: Desmond?
DESMOND: Penny…Penny, you answered. You answered, Penny.
[In London, Penelope is at home standing by a Christmas tree.]
PENNY: Des, where are you?
DESMOND: I’m…I’m, I’m on a boat. Um…I’ve been on an island, and — Oh my god, Penny. Is that really you?
PENNY: Yeah! Yes, it’s me!
DESMOND: You believe me? You still care about me?
PENNY: Des, I’ve been looking for you for the past three years. I know about the island. I’ve been researching—-[static]—-and then when I spoke to your friend Charlie, that’s when I knew you were still alive. That’s when I knew I wasn’t crazy. Des, are you still there!?
DESMOND: Yes, yes, I’m here! I’m still here, can you hear me?
PENNY: Yeah, yeah, that’s better.
DESMOND: I love you, Penny. I’ve always loved you. I’m so sorry. I love you.
PENNY: I love you too.
DESMOND: I don’t know where I am, but—
PENNY: I’ll find you, Des—
DESMOND: —I promise—
PENNY: —no matter what—
DESMOND: —I’ll come back to you—
PENNY: —I won’t give up—
BOTH: I promise. I love you.
[Static cuts them off.]
SAYID: I’m sorry. The power source went dead, it’s all we have.
[Desmond walks toward Sayid, his memory of him and his time on the island returning.]
DESMOND: Thank you, Sayid. [They shake hands] It was enough.
SAYID: Are you alright now?
DESMOND: Aye. I’m perfect.

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